La leggenda degli ultimi: la Chicano street culture

di Sneaker Narcos
pachucos

Probabilmente una delle sottoculture più visivamente aggressive e pervasive all’interno del mondo bianco americano, è stata ampiamente sottratta, reinventata, adattata a feticcio da appendiabiti e passerelle d’alta moda e diffusa più o meno tra tutte le generazioni delle classi sociali meno abbienti, anche quelle non messicano – discendenti, e assurta infine a simbolo dello streetwear della West Coast.

Nata nel 1929 come risposta all’oppressione sociale del governo americano in seguito al forzoso rimpatrio in Messico di 2 milioni di persone, continua ad essere uno stile al quale si continua a fare riferimento, avendo raggiunto negli anni 80’ e ‘90 fama internazionale grazie ai canali esteri all’epoca appena sorti sulle TV europee, come MTV. E’ una forma di dissidenza e dimostrazione di orgoglio etnico che travalica la mera concettualizzazione a trend ed è una totale forma di identificazione nel proprio stato di alieno nella cornice sociale a maggioranza bianca e razzista: “a noi non importa cosa pensiate di noi, a noi importa essere noi, tutti i giorni”, questo è il potente pensiero di fondo.

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In origine, il vestiario dei Cholos era un po’ diverso. Negli anni ‘30 del secolo scorso, a El Paso, gli antesignani Pachucos – individui maschili appartenenti ad una controcultura associata al jazz, allo swing e distinti da un dialetto specifico detto calò – emersero per lo stile in controtendenza ed esplicitamente in opposizione all’assimilazione nella società angloamericana grazie al trend della zoot suit, un abito maschile con pantaloni a vita alta, gambe larghissime e caviglie strette abbinato a un lungo blazer con ampie spalle imbottite, tatuaggi, catene e l’acconciatura ducktail: modo di apparire che i Pachucos condividevano assieme ad altri gruppi etnici come afroamericani, filippinoamericani e italoamericani.

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Pachucos negli anni ‘30/’40

I Pachucos (il termine stesso originariamente aveva accezione razzista, poi reclamato dagli ispanoamericani) non ebbero vita facile per la loro diversità e infine la tensione sociale di cui erano oggetto culminò nelle rivolte degli Zoot Suit iniziate nel 1943, in cui dei militari americani attaccarono dei ragazzi poco più che adolescenti per spogliarli e picchiarli, perché non idonei alla leva militare a causa dello status di immigrati, per via delle restrizioni sull’uso della lana e della seta in tempo di guerra ma soprattutto per il fatto di essere messicani o discendenti di messicani. Queste persecuzioni socialmente tollerate, supportate dalla precedente deportazione di massa di 2 milioni di persone al confine, continuarono fino agli anni ‘60 circa.

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Zoot Suit Rioter – Anni ’40

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Zoot Suit Riots, 1930

Questo è stato un primo esempio di una sottocultura ribelle costretta a difendere la propria identità con il sangue.” – spiega lo specialista di streetwear Spanto di Born x Raised – “Quando gli stili cambiarono negli anni ’50, i Pachucos sostituirono le giacche drappeggiate dei completi Zoot con camicie di gabardine in lana abbottonate fino in cima, ma mantennero i pantaloni larghi e pieghettati, uno stile che esiste ancora tra i Cholos oggi. Questi pantaloni da completo Zoot hanno anche influenzato il modo in cui alcuni Cholos avrebbero successivamente indossato i loro jeans e pantaloni chino, stirati in modo da imitare una piega“.

Nei decenni tra il 1960 e il 2000 la cultura ispanoamericana visse una nuova era, specialmente tra gli anni ‘60 e ‘70 in cui comparve per la prima volta in maniera autoattribuita il termine denigratorio Chicano/a, utilizzato come slogan per il Chicano Movement, un’organizzazione a scopo politico a cui si attribuisce il dispiegamento di numerose proteste volte a sovvertire la distinzione razziale, la pressione sociale rivolta alla minoranza e a favorire l’affermazione dell’identità etnica, politica e culturale dei messicano-discendenti.

Sono anche gli anni in cui lo streetwear cholo si intersecò con la cultura degli skaters di Dogtown, come Tony Alva, Nathan Pratt e Jim Muir, che sovrapposero gli stilemi ispanoamericani all’abbigliamento da skate – le camicie Pendleton, gli occhiali da sole Locs, i calzini sopra la caviglie e gli shorts baggy specialmente, un crossover che tutt’ora è dominante nell’ambiente. Gli anni ‘80/’90 furono invece un’ epoca segnata da tumulti interni, fatta di aggressioni tra membri di gang come gli MS-13, Latin Kings, Norteños, Sureños, e la 18th Street Gang per la dominanza dello spazio vitale tra un barrio e l’altro in un territorio che li ha sempre visti esclusi e che ha alimentato un circolo di violenza interna tra simili per l’acquisizione di status e controllo, almeno dei loro confini (o addirittura istigata dalla polizia stessa che intima i Cholos di rimanere “in their side of town”, nello spazio urbano in cui sono relegati), ma anche per via della nuova associazione dei Cholos ai cartelli della droga sudamericani grazie ai legami con coloro che erano stati rimpatriati; il nuovo stile di vita gangster venne in particolare simbolizzato da un look più grezzo e sfacciato, specie nelle ragazze in cui si è iniziato a profilare il distintivo uso del make up marcato per manifestare aggressività, sicurezza e partecipazione al contesto sociale in cui erano immerse – facciamo l’esempio dei gioielli vistosi in oro, hoop earrings, bracciali e anelli, abbinati a crop top e tank top, pantaloni chino a gamba larga tenuti su da cinture personalizzate, Converse, Vans, Cortez, huarache e babette di ispirazione asiatica in tela.

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Cholos, anni ‘00

18th street gang

18th Street Gang dal libro di Joseph Rodríguez, East Side Stories: Gang Life in East LA

Il look Cholo oggi è tendenzialmente residuo degli anni ‘90 ed è distinto da workwear, come camicie button-down in tartan, flanella, Pendleton – le celebri Sacramento di Dickies – sopra magliette bianche unbranded, pantaloni chino o shorts loose fit indossati con cinture strette per creare le classiche pieghe nella stoffa della gamba, senza dimenticare la scarpa simbolo dello stile cholo, la Nike Cortez. Mentre la scarpa tipica della East Coast newyorkese è certamente la Nike Air Force 1 soprannominata superbamente “Uptowns”, Los Angeles e la West Coast sono legate indissolubilmente alla più modesta Nike Cortez, vista per la prima volta nel 1972, e diventata presto un cimelio grazie alla semplicità e alla solidità del design che la contraddistingue. “Credo che il tempo atmosferico abbia creato il trend delle Cortez in LA” dice la stylist Aleali MayQui non esiste l’inverno, non dobbiamo preoccuparci di pioggia e pozzanghere. Quando pensi ad LA, pensi a scarpe ultraleggere e poco costose, ordinarie e facili da abbinare”.

La scarpa ha da poco raggiunto il 45esimo anniversario ma continua ad essere un pilastro del vestiario Cholo e non solo per la sua comodità, ma sta anche a simbolizzare l’appartenenza al barrio (il quartiere, spesso imbastardito in “varrio”), alle lotte intestine mai concluse tra gang e alla tristezza di un circolo di violenza che richiede sacrifici di sangue.

mister cartoon nike cortez

Ultimamente ho visto molti hipster e modelli di Instagram indossare queste [le Nike Cortez]” dice la persona dietro l’account IG di celebrazione della cultura ispanoamericana @oldschoolvarrio, “queste scarpe esprimono migliaia di parole, molte delle quali non le conoscete neppure. Sapete quanti sono morti con queste scarpe addosso, per queste scarpe e per ciò che rappresentano? Qualsiasi membro di una gang le riconoscerebbe a un miglio di distanza, alcuni di loro potrebbero aggredirti e altri potrebbero ignorarti. La prossima volta che vi viene da pensare di essere fighi a indossarle ricordatevi delle conseguenze”.

Avere un paio di Cortez quindi non è solo un banale fashion statement, quelle scarpe sono la atavica rappresentazione per cui la vita è attaccata alle cose semplici ed essa è sia minacciata dall’esterno – da ciò che è fuori dal quartiere, dalla famiglia o dalla propria cerchia – che ricordata in maniera solenne attraverso quell’oggetto rendendolo un feticcio, una bandiera e un segno di riconoscimento ma, a volte, anche una condanna a morte.

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Nonostante i lati oscuri, le premesse dolorose da cui nasce, il messaggio positivo attraverso il vestiario dei Cholos continua ad essere una delle più forti rappresentazioni identitarie a cui è possibile assistere e condividere, cioè essere sé stessi e riconoscere semplicemente nel proprio essere la motivazione e l’orgoglio di potersi esporre senza timore. Que viva la raza!

Autrice: Rachele Agostini

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