De Coniuratione Sneakeribus: come le sneakers (fake) impattano su di noi

di Sneaker Narcos
fake sneaker

Da grandi profitti derivano grandi frodi: questo è il preambolo dal quale si deve osservare il fenomeno sempre crescente del mercato sommerso delle sneakers fake. Ogni grande spostamento di soldi genera un livello sotterraneo fatto di approfittatori che cercano di inserirsi nella nicchia dorata di riferimento per vampirizzarla e le sneakers fake in questo senso hanno iniziato la scalata con molta facilità per motivi semplici, come la facile replicabilità dovuta ai materiali già scarsi di partenza (senza offesa, la plastica è pur sempre plastica, anche se noi la guardiamo con amore), a design che difficilmente si sono rinnovati nel tempo, al prezzo accessibile che le rende popolari e all’alta richiesta a cui sono soggette.

La capacità di replica negli ultimi anni si è affinata talmente tanto che ormai è diventata una sfida saper riconoscere un paio vero da uno falso, come affermano anche i fondatori del consignment shop in Oregon chiamato “Index”, Mike Nguyen e Terrance Ricketts, i quali autenticano sneakers da ben dodici anni: “ne vediamo almeno uno o due paia al giorno, siamo talmente abituati che ormai sappiamo già cosa cercare” – dicono i due proprietari che nel loro lavoro fanno affidamento ad un paio unworn di riferimento per ogni scarpa che viene esaminata a titolo gratuito soltanto facendo walk in nel loro negozio.

Il loro metodo è quello di esaminare i materiali dell’imballaggio, etichette, solette, ricevute, spazi nei lettering, grandezza dei font, e perfino l’odore della scarpa (pare che una Yeezy originale, per esempio, odori vagamente di cartone) – “la regola fondamentale è che se il prezzo è troppo basso in confronto al prezzo di mercato della scarpa in questione, e il venditore ne possiede più di un paio, lasciate perdere. Abbiamo visto gente che aveva speso migliaia di dollari piangere dopo avergli accertato la falsità del suo prodotto. La riteniamo una cosa seria”.

index pdx oregon

Indubbiamente lo è, a fronte di una spesa consistente trovarsi in mano un foratino non è esattamente l’apice della giornata, ma tutto ricade sempre nel giro vizioso nel quale lo sneakerhead si impiglia: scegliere il prezzo più basso è un rischio che ci si assume, indipendentemente da quanti feedback positivi ha il venditore privato o da quale piattaforma si acquisti. Le precauzioni non bastano mai per arginare l’ondata delle repliche, anche se a volte la giustizia pone un veto agli esecutori di questa invasione come è successo nello scandalo del 2019 che ha coinvolto James Pepion, un collezionista di Happy Valley, Portland, che aveva iniziato un giro di rivendita quando era ancora al liceo e che a 23 anni fece il grande salto mettendosi in proprio sotto il nome “Supplied Inc.”. Inizialmente i prodotti erano veri e certificati ma l’alta richiesta ben presto mise sotto pressione le sue scorte e la sua moralità, portandolo a rivolgersi a loschi venditori di Hong Kong e ricavando circa 2,6 milioni di dollari tra il 2012 e il 2015.

Alcuni clienti frodati, resisi conto dell’amichevole supercazzola, hanno sollecitato la momager Nike per fare luce sul suo business poco limpido, coinvolgendo gli altrettanto simpatici Bureau of Immigration and Customs Enforcement e l’Homeland Security Investigation che in breve tempo hanno intercettato più di mille paia arrivate dalla Cina e centinaia di tracciamenti di spedizioni pregresse per circa 175,000 dollari, oltre ad aver messo Pepion alla sbarra degli imputati. Quattro mesi nella prigione di Sheridan, tre anni di libertà vigilata e 150,000 dollari restituiti a Nike per compensazione dopo, Pepion ha sostenuto di averlo fatto in buona fede “per non deludere la sua clientela”, che sottotitolato vuol dire “volevo mantenere il mio stile di vita multimilionario e legit frodando il prossimo con prodotti fake”.

Il caso di Pepion però è basato sull’ignoranza delle persone nell’acquistare, trainate dai numerosi feedback positivi dell’azienda, mentre ultimamente si è sviluppato un movimento intenzionalmente basato sull’acquisto di merci contraffatte per bilanciare desideri megalomani e risorse economiche ridotte. Tutto a scapito della proprietà intellettuale, dell’investimento aziendale sulla qualità dei prodotti, sul pagamento di tasse che servono a tenere in piedi i servizi pubblici, di posti di lavoro ed esacerbando l’inquinamento dato dalle industrie che approfittano di questo mercato parallelo, la proliferazione della criminalità organizzata e lo schiavismo in zone dove i diritti umani sono paragonabili alle favole della buonanotte.

fake sneaker

L’impatto dei fake sull’economia globale non è un’invenzione di Gucci per convincervi a comprare una borsa Marmont a 1,400 euro, è una realtà che si basa sull’opportunismo e sul parassitismo di realtà di successo i cui effetti rimbalzano proprio contro chi lo sollecita: il consumatore. Per darvi due numeri, secondo le statistiche globali dell’Ufficio di Proprietà Intellettuale europeo i brand più falsificati sono Rolex, Rayban, Nike e Louis Vuitton mentre le categorie generali di prodotti più soggette a repliche sono le scarpe, seguite dall’abbigliamento, dai prodotti in pelle e dagli accessori, mentre la stessa statistica indica la rampante Cina come l’assoluta regina dell’export di prodotti falsi, facendoci tentare di aprire una pagina Facebook dal titolo “casualmente succede proprio sotto al deserto del Gobi”.

Il valore totale dell’industria sommersa dei fake equivaleva a 375 milioni di euro nel 2018, con un’impennata del 2,5% nel commercio mondiale dal 2013 rispetto all’1,9% del 2008. Per guardare un pochino di più nel nostro microcosmo, secondo una stima dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico il valore totale delle merci italiane contraffatte è stato di 35 milioni di euro nel 2013, pari al 4,9% delle vendite mondiali delle merci a manifattura italiana importati dalla Cina (50%), Hong Kong (29%), Grecia (6%), Singapore (4%) e Turchia (2%), comportando una perdita di oltre 25 miliardi di euro a danno delle aziende nostrane, pari allo 0,6% del PIL italiano. Se vi state chiedendo com’è la situazione ora, nel 2021, la risposta è: uguale, non è cambiata una cippalippa.

fedez fake supreme

Ricapitolando, comprare intenzionalmente un oggetto falso con lo scopo di imitare qualche clown di Cinisello Balsamo, una influencer di Instagram con il congiuntivo in panne oppure per sentire che il proprio status sociale o la propria identità non vengano messe in discussione, ha un impatto serio sulle vite di tutti, anche di chi acquista, e ne beneficia solo ed esclusivamente chi non dà indietro nulla alla società.

Quello che ci viene imposto di desiderare attraverso la comunicazione mediatica non ci deve far perdere l’orientamento nei confronti delle labili maglie economiche che ci fanno stare a galla e dobbiamo renderci conto di come il nostro agire come individui influenzi il nostro futuro come comunità nel breve termine, quindi mettete giù quell’account Paypal, non avete proprio bisogno di comprare una scarpa fake per sentirvi meglio. Comprate meno prodotti, di qualità maggiore e responsabilmente, questo è il trend più sensato al quale attenersi nel 2021.

Autrice: Rachele Agostini

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